Tra due oceani, il passo lieve di Margaret River
A Cape Leeuwin, il vento detta legge. Sferza il promontorio dove l'Oceano Indiano incontra l'Antartico, ricordando a chiunque coltivi la terra da queste parti che la natura ha sempre l'ultima parola. Qui, produrre grandi vini significa innanzitutto saper assecondare gli elementi.
Forse è questo che colpisce davvero a Margaret River. Non la spettacolarità in sé — in Australia, di paesaggi che potrebbero permettersi un certo protagonismo ce ne sono parecchi — ma la compostezza. Le spiagge bianche, le foreste di karri con i loro colossali eucalipti, le grotte calcaree, la dorsale del Leeuwin-Naturaliste, le onde di Yallingup, le strade che corrono tra boscaglia e vigneti: tutto sembra grandioso, e insieme trattenuto. Anche il vino ha preso questa abitudine. Non urla quasi mai. Cammina diritto, con il passo di chi sa di avere il mare alle spalle. E prima ancora del vino, naturalmente, c’era altro: questa è Wadandi Boodja, il Paese del popolo Wadandi, cui l’ente turistico della regione riconosce 60.000 anni di custodia del territorio. Un dettaglio che ridimensiona con garbo ogni entusiasmo coloniale dell’ultima ora.
Se Margaret River ha una scena fondativa, non è quella di un aristocratico che inaugura una tenuta, ma quella di uno scienziato che guarda una carta climatica. Nel 1955 il professor Harold Olmo, dell’Università della California, indicò il sud-ovest australiano come area promettente per la viticoltura di qualità. Dieci anni più tardi John Gladstones, agronomo dell’Università dell’Australia Occidentale, trasformò l’intuizione in una teoria convincente. Studiando clima e suoli, individuò nel distretto di Margaret River/Vasse un potenziale straordinario e suggerì località precise per i nuovi impianti. La storia del vino ama raccontarsi come destino; qui, più modestamente, cominciò come ricerca applicata.
A quel punto entrarono in scena due medici. Il cardiologo Tom Cullity e Bill Pannell passarono fine settimana interi a cercare il terreno giusto. Non è un inizio molto romantico, bisogna ammetterlo: più che una saga epica, somiglia a un’ostinazione da professionisti che, invece di andare a giocare a golf, decidono di piantare viti in una regione dove quasi nessuno immaginava grandi bottiglie. Ma i risultati aiutano a perdonare il metodo. Nel 1967 Cullity piantò a Vasse Felix il primo vigneto commerciale moderno della regione, con Cabernet Sauvignon e Malbec. Quelle viti originarie esistono ancora. Due anni dopo arrivò Moss Wood; poi Cape Mentelle nel 1970, Cullen nel 1971, Leeuwin Estate nel 1973. Nel 1980 i vigneti erano già venti. L’impressione è che Margaret River sia nata in fretta ma non di fretta: con una sorprendente rapidità storica, e con una calma agricola quasi ostinata.
Il motivo per cui questo angolo remoto funziona così bene sta in un equilibrio climatico che ha fatto scorrere molto inchiostro e parecchio mosto. Wine Australia definisce Margaret River una delle regioni vinicole più geograficamente isolate del mondo e, soprattutto, quella con il carattere marittimo più marcato d’Australia in termini di piovosità. Tradotto: il mare modera tutto. Le estati non hanno la brutalità di altri paesaggi australiani, l’escursione termica è bassa, l’accumulo di calore è regolare. Il parallelismo con Bordeaux — o meglio, con Bordeaux in un’annata asciutta — non nasce da un vezzo di marketing, ma dagli studi di Gladstones e dai dati climatici. I suoli, prevalentemente limo ghiaioso su granito e gneiss lungo la dorsale tra Cape Naturaliste e Cape Leeuwin, drenano bene e trattengono poco. I suoli drenanti impongono alla vite uno stress idrico calcolato, essenziale per la qualità.
E lei risponde soprattutto in due lingue: Cabernet Sauvignon e Chardonnay. Il primo è il grande interprete rosso della regione, spesso anche in taglio con Merlot, e qui tende a coniugare aromi di ribes nero e violetta, una trama terrosa e un registro strutturato ma non muscolare. Lo Chardonnay, che arrivò nei vigneti della zona nel 1976 — a Leeuwin Estate, Cullen e Moss Wood — ha trovato invece una delle sue patrie australi più persuasive. Particolarmente importante qui è il clone Gin Gin, a lungo confuso con il Mendoza ma oggi riconosciuto come geneticamente distinto, con la sua intensa complessità aromatica, tensione citrina, acidità salda. È il tipo di bianco che non ti chiede di scegliere fra pienezza e precisione: pretende entrambe.
Sarebbe però riduttivo fermarsi alla coppia di star. A Margaret River il blend Semillon-Sauvignon Blanc continua a essere una specie di firma parallela, meno celebrata ma spesso brillantissima; lo Chenin Blanc è in crescita; lo Shiraz, o Syrah se si preferisce un accento meno australiano, mantiene un profilo di medio corpo e finezza non banale. E tuttavia il dato più interessante è forse un altro: nel 2024 i produttori che hanno dichiarato una pigiatura sono stati 174, e circa metà delle aziende della regione lavora meno di 50 tonnellate d'uva. C’è fama internazionale, certo. Ma non c’è gigantismo industriale. Margaret River resta, in sostanza, una regione boutique che si comporta con la serietà di una grande denominazione europea e con la libertà mentale di un Nuovo Mondo ancora abbastanza giovane da non sentirsi obbligato a ripetere formule.
Gli anni Ottanta furono il momento in cui il resto del mondo cominciò ad accorgersene. Cape Mentelle vinse per due anni consecutivi, 1983 e 1984, il Jimmy Watson Trophy, il premio più ambito per i rossi giovani in Australia: non male per una regione che pochi anni prima sembrava ancora un’ipotesi ben argomentata. Quasi in parallelo, Leeuwin Estate entrò nel lessico internazionale grazie all’Art Series Chardonnay, che secondo la cronologia ufficiale della regione consacrò Margaret River come patria di bianchi di statura mondiale. Da allora il gioco è cambiato. Non si trattava più di dimostrare che in quell’angolo remoto si poteva fare vino buono; si trattava di capire fin dove potesse arrivare.
La risposta, come spesso accade, è arrivata anche dai dettagli. Cullen Wines, fondata nel 1971 da Kevin e Diana Cullen, è diventata uno dei nomi simbolo della ricerca agronomica e stilistica della regione; dal 2004 il vigneto di Cullen è certificato biodinamico, dopo il passaggio al biologico avviato nel 1998. Vasse Felix, oggi sotto la guida della famiglia Holmes à Court, conserva ancora le vigne del 1967. Leeuwin Estate ha legato vino, arte e ospitalità in un modo che altrove sarebbe facile rendere artificioso, qui no. Persino la geografia interna del distretto rifiuta la comodità di una formula unica: non esistono sottoregioni ufficiali, anche se Gladstones nel 1999 propose sei aree — Yallingup, Carbunup, Wilyabrup, Treeton, Wallcliffe e Karridale — per rendere conto di differenze climatiche e pedologiche reali. È un modo elegante per dire che Margaret River non ama essere ridotta a cartolina, nemmeno quando la cartolina è bellissima.
E infatti il bello della regione non sta nell’esotismo facile. Non è il posto dove il vino recita la parte del vino australiano secondo manuale: maturo, espansivo, solare fino all’eccesso. Qui succede quasi il contrario. L’oceano disciplina. Il vento asciuga. La luce chiarissima non gonfia i muscoli, disegna i contorni. Anche il paesaggio impone una certa sobrietà. Il Leeuwin-Naturaliste National Park corre lungo la costa con le sue spiagge, le foreste di karri, le zone umide e le grotte; i vigneti si infilano in questo mosaico senza dare l’impressione di averlo colonizzato. È uno dei rari casi in cui la parola “terroir” riesce ancora a non sembrare una frase fatta.
In fondo Margaret River racconta una verità semplice e piuttosto controcorrente. In un Paese che ha spesso misurato la propria grandezza con la scala, qui il prestigio nasce dalla proporzione. La Margaret River Wine Association ricorda che i vini della regione rappresentano appena il 2% del pigiato annuale australiano. Non è molto. Ma può bastare, quando il poco è fatto bene. Forse è questo il segreto dell’eleganza oceanica dell’Australia occidentale: non l’idea di un paradiso viticolo, bensì quella di una regione che ha accettato di farsi formare da due oceani, da una scienza paziente e da un paesaggio che non sopporta la volgarità. A Cape Leeuwin il faro continua a guardare il punto in cui i mari si incontrano. Nei calici di Margaret River succede qualcosa di simile: la potenza arriva, ma ha imparato la misura.