Dove la terra diventa nera e il vino non chiede permesso: Swartland, vecchie vigne e nuovo Sudafrica
C’è un momento, dopo le prime piogge d’inverno, in cui lo Swartland, la "Terra Nera", fa pace con il proprio nome. Le colline a nord di Città del Capo abbandonano il color del grano e la polvere: la vegetazione bassa scurisce, quasi si abbronza, e da lontano il paesaggio assume quell’aria scura che i coloni olandesi avevano notato già nel Seicento. Poi, come spesso succede qui, il vento rimette tutto a fuoco: asciuga, spazza via l’umidità, restituisce nitidezza. È un paesaggio di contrasti rapidi, e forse per questo i vini del posto hanno imparato a non essere accomodanti.
Lo capisci in un’altra scena, più umana: la strada che porta a Riebeek-Kasteel e Riebeek West, due paesi che sembrano nati per smentire l’idea di una campagna sudafricana “da cartolina”. Niente immagini patinate, niente eleganze studiate. Piuttosto gallerie d’arte accanto a botteghe agricole, tasting room informali e una geografia di nomi che funge da bussola: Paardeberg, Kasteelberg, Malmesbury, Porseleinberg. Qui il vino non si presenta come un monumento. Si presenta come una scelta.
Per molto tempo lo Swartland è stato il motore agricolo del Capo: grandi estensioni, grano (ancora oggi) e una viticoltura spesso pensata per i grandi numeri. La nascita della cooperazione locale nel secondo dopoguerra – con la Swartland Co-operative fondata nel 1948 – racconta bene quell’epoca: organizzare, conferire, produrre. Una logica industriale che non va demonizzata: è stata, semplicemente, una necessità economica. Ma è proprio contro quella normalità che, a partire dagli anni Duemila, si è aperta una crepa. Da lì sono usciti vini che non volevano più somigliare a un’idea generica di “Sudafrica”, ma a un luogo preciso: caldo, secco, capace di farti pagare ogni scorciatoia con un’annata difficile.
La storia che tutti citano inizia nel 2010 con la Swartland Revolution, l'evento che per cinque anni ha fatto da cassa di risonanza a un gruppo di produttori decisi a riportare l’attenzione su vecchie vigne, viticoltura in asciutto (dry-farmed) e un’estetica sobria, lontana dagli eccessi di legno e tecnologia. I nomi, qui, contano più delle etichette: Eben Sadie, Adi Badenhorst, Chris e Andrea Mullineux, Callie Louw. Nel novembre 2015 arrivò la chiusura ufficiale: basta Revolution. In un’intervista successiva, Sadie liquidò la questione con una frase divenuta programmatica: «Le rivoluzioni non possono durare per sempre». Eppure la storia non si è fermata: il ritorno del marchio “Swartland Revolution” per la reunion del 2025 ci ha ricordato che le parole, in un territorio vivo, non restano mai immobili.
Se la Revolution è stata la miccia, il lavoro quotidiano sta nelle regole. E qui lo Swartland si gioca una carta rara: l’idea di libertà come disciplina. Il manifesto più esplicito è quello dei Swartland Independent Producers (SIP), un’associazione che ha fissato criteri rigidi per definire il “vino di territorio”. Non slogan, ma requisiti: uve 100% Swartland Wine of Origin; vinificazione, maturazione e imbottigliamento in loco; certificazioni; e soprattutto un approccio “naturale” codificato in un elenco quasi notarile. Niente lieviti aggiunti, niente correzioni di acidità o tannini, niente chiarifiche chimiche o osmosi inversa. Solfiti ammessi, ma con limiti severi. Anche il legno deve stare al suo posto: massimo 25% di barrique nuove, e solo di rovere europeo. Libertà, sì, ma dentro un perimetro definito.
Quel perimetro, in realtà, è la geologia. Lo Swartland è uno di quei posti in cui parlare di suolo non è un vezzo, ma una chiave di lettura necessaria. I protagonisti sono sempre loro: gli scisti di Malmesbury e i graniti decomposti. Sulle pendici del Paardeberg domina la famiglia dei graniti, che regala bianchi tesi e profumati, e rossi che puntano sulla linea più che sulla muscolatura. Sul Kasteelberg e nella Riebeek Valley entrano in gioco gli scisti: diversa ritenzione idrica, diversa gestione del calore, diversa trama tannica. Un reportage di Decanter è arrivato a definire Riebeeksrivier la “Côte” del distretto: una striscia di vigne che per reputazione e precisione si è guadagnata un soprannome da Vecchio Mondo.
E poi ci sono le uve, che qui non cercano la ribalta: lavorano. Chenin Blanc e Syrah sono le colonne portanti, attorno a cui ruotano varietà mediterranee e di matrice rodaniana: Grenache, Mourvèdre, Cinsault, Carignan, Roussanne, Marsanne, Viognier, e perfino il Pinotage, interpretato sia in chiave tradizionale che in versioni più scariche e moderne. La novità è che il vitigno, da solo, non basta più a spiegare il vino: nello Swartland l'accento è tornato sul “da dove”, prima ancora che sul “da cosa”. È un ritorno antico e contemporaneo insieme.
In questo discorso sulle origini, “vecchie vigne” non è un ammiccamento romantico, ma una categoria tutelata formalmente. L’Old Vine Project ha reso operativo un criterio netto: vecchia vigna significa 35 anni e oltre, con tanto di sigillo Certified Heritage Vineyards per impedire l’abuso del termine in etichetta. Nello Swartland, dove molte parcelle storiche erano considerate poco redditizie, quel sigillo è anche un risarcimento culturale: sancisce che un vigneto non è solo un mezzo di produzione, ma un archivio vivente.
A questo punto, parlare di "nuovo Sudafrica” rischia di suonare retorico. Meglio essere concreti: lo Swartland è il luogo in cui il vino sudafricano ha dimostrato di poter crescere senza travestimenti. Non perché abbia trovato una ricetta unica, ma perché ha accettato di essere plurale, ruvido, talvolta contraddittorio. Memoria agricola e piccoli produttori indipendenti; l'evento mediatico e l'associazione che mette nero su bianco i divieti. È un territorio che ha capito una cosa fondamentale: la libertà, nel vino, non è fare qualunque cosa. È sapere esattamente perché stai facendo proprio quella.
Se serve un’ultima immagine, prendetela dal cielo: nel logo dei SIP compare la Croce del Sud. Un modo elegante per dire che qui ci si orienta ancora con le stelle, ma senza dimenticare le mani – quelle del vignaiolo, raffigurate accanto alla vite ad alberello e ai covoni di grano. In fondo, lo Swartland è questo: un posto dove il vino non chiede permesso, purché sappia rispondere a una domanda più severa. Non “quanto sei moderno?”, ma: “a cosa appartieni davvero?”.